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Fanfare e proclami c’erano stati, forse un po’ troppo fragorosi e smodati, ma del resto occorreva render merito ai molti che avevano collaborato alla buona riuscita.
“Lei ti sta aspettando” mi riferirono i più solerti. Finalmente, avrei aggiunto un finalmente.
“Guarda che è già un po’ che ti aspetta” mi sollecitarono gli individui, schierati su una sola fila e tutti impettiti, come fossero soldatini alle prime esercitazioni.
“Lasciate che m’aspetti!” avrei voluto proferire. “Per quanto a lungo mi attenda, mai sarà quanto io ho atteso lei.”
Il reggimento dei taluni era posizionato a raggiera dinanzi all’uscio del mio alloggio. Avevano sguardi fieri e il trapezio pronunciato. A dirla tutta, a molti facevano paura, ma non a me.
“Sicché, è là dentro che mi aspetta?” feci indicando quella porta.
La mia casa: quale beato rifugio, quale soave maniero. Tra quelle mura ho percorso vite intere, ho sospirato per fantasticherie fattesi reali; ho adornato la mia fanciullezza, mi piace dire. Il tutto, perché no, assaporato tra sprazzi d’inedia e lussuria. Cosa c’è di meglio dell’ozio gustato nella propria alcova, nel proprio intimo scranno, mentre il mondo se ne sta fuori, confinato nell’esterno, in quell’ostile altrove che è fatto di guerre e sproloqui, e di persone che mai ti porgeranno un sorriso gentile?
I taluni guatavano la porta d’ingresso. Era chiaro che lei se ne stava proprio là dentro, al cospetto delle mie pareti, calpestando quelli che sono i miei metri quadri, rimirando le mie piastrelle adamantine, sospirando appetto alle mie finestre, che luce e buio accolgono senza far trapelar nulla al di là.
“E da quant’è che mi aspetta?” rincarai all’indirizzo dei soldatini, seppur del tutto disinteressato ad un ipotetico riscontro: fossero stati un mese o cento anni, di certo rimaneva un’inezia.
Il punto è che da una così puoi aspettarti di tutto. Forse è per questo che tentennavo, è per questo che non avanzavo a larghe falde verso i miei metri quadri, che non spalancavo quella porta non inclusiva, che non mi affrettavo a percorrere quei pochi respiri che da lei mi separavano.
Naturalmente, lo comprendo, c’erano delle aspettative nei miei confronti. Era stato fatto davvero tanto per portarla, anzi per riportarla, da me. A dirla tutta, pareva non ci fosse niente di più importante del fatto che io mi recassi da colei. In fondo sarebbe bastato ruotare quella maniglia, spingere l’uscio con garbo – si tratta di legno lamellare, per cui avrebbe necessitato di magra forza specifica – e scivolare verso il centro del mio soggiorno (non la credevo così sfacciata da puntare subito la stanza da letto, per cui optai per il soggiorno, e poi davo per scontato che lei si fosse posizionata al centro: dove altro avrebbe potuto stare se non al centro?). Insomma, si trattava davvero di uno sforzo infimo, insulso, per cui si dovrebbe provar onta al qualificarlo sforzo, ecco. E così facendo avrei rivisto non solo lei, ma sarebbe anche ricomparso quel sorriso dinoccolato che le facce di metallo dei taluni avevano momentaneamente smarrito.
Epperò la vita è strana: dacché lei se n’era andata non avevo pensato ad altro se non il rivederla. E ora invece covavo il ghiribizzo che lei mi dovesse attendere e che per questo si struggesse, che nel soggiorno rimanesse immota e in religiosa preghiera, che dovesse persino supplicare perché io riapparissi, e che tutto questo potesse non servire se non esaurita l’eternità.
E tuttavia seguitare a vivere senza riabbracciarla e vezzeggiarla, pur sapendola là, a pochi ansiti da me, nel cuore della mia casa e della mia vita, era prospettiva agghiacciante. Simulavo invero sussiego e ritrosia, ma i certuni non la bevevano: mi conoscevano troppo bene, sapevano del mio travaglio. Da loro però di più non potevo aspettarmi: le facce di metallo sono facce di metallo, e tali rimangono. E quindi chi avrei dovuto invocare per una carezza, un consiglio, un istante fugace di sintonia? Chi avrei dovuto pretendere per una mica d’amore?
Che flaccidi siamo nell’atto di desiderare l’amore. Eppure è un po’ il senso della nostra umanità: cosa saremmo senza l’anelito all’unione di corpi e anime? Cosa saremmo senza qualcuno cui allineare il nostro passo e il nostro incedere tra l’aurora e la penombra?
Prima della sua dipartita, per me lei era quel qualcuno.
Nemmeno ricordavo i motivi del suo commiato. Un pomeriggio ero rientrato a casa con largo anticipo. La giornata lavorativa non era stata sapida come di solito accadeva: avete presente quando le ore scorrono inani, senza costrutto alcuno, senza che nulla si edifichi e che ancor meno alcunché si sgretoli. Ebbene, una di quelle giornate in cui non vedi l’ora di attraccare al tuo porto domestico. Insomma, volevo rientrare da lei. Ma lei non c’era più, si era volatilizzata, e sembrava l’avesse fatto per sempre, come accade quando i nostri cari chiudono gli occhi senza volerli più riaprire.
Mi ero messo a setacciare tra le carte, avevo spostato mobilio e ammennicoli vari, all’impazzata avevo percorso scale e corridoi. Avevo bisogno di indizi: perché lei se n’era andata?
E dire che le cose tra noi mai erano state così placide. Vi era solo qualche problema di mobilità, che lei lamentava in maniera peraltro del tutto episodica. Le dolevano le parti basse, sì, questo lo ricordo, ma nulla che non si potesse aggiustare con le terapie più acconce. E poi, al sorgere del male, io ero lì con lei, immancabilmente, a supportarne i patimenti – ne aveva di recriminazioni a ben vedere – e a sostenerla, che non fosse mai che rovinasse a terra. In breve, non si può certo affermare che io non fossi presente. Forse mai come allora. Epperò lei si era congedata, surrettiziamente mi vien da dire, senza cioè avvisi o notifiche anche solo virtuali.
Avevo pensato a tutto in quei giorni, persino che fosse stata rapita o peggio sequestrata. Ma, a che pro? Avevo sospettato persino dei certuni soldatini, che del resto avevano l’imperativo di non superare la soglia di casa, quindi come mai avrebbero potuto prelevare lei? Nemmeno i vicini di casa, quelle pessime persone che biasimavano i certuni di metallo, nemmeno loro erano stati di una qualche utilità, sebbene mi avessero accennato che in quei giorni nel palazzo vi era stata la visita di una ditta di traslochi. Tuttavia, che tipo di connessione ciò avrebbe avuto con lei? Lei se n’era andata e basta, senza convogliare mensole o armadi, ancorché corresse tra loro un’inevitabile affezione.
Mi risolsi quindi, un po’ a sorpresa mi risolsi. Mi dissi, vi è poco da rimuginare: lei è là dentro e non può uscire, le facce di metallo sono fuori e non possono entrare. Quindi, l’unico a poter sbrogliare l’impasse sono io. In fondo, perché non dovrei accantonare la ruvida acrimonia e non far risaltare piuttosto la morbidezza dell’amore? Peraltro cosa ne sapevo realmente di lei? E se mani oscure, magari quelle dei traslocatori, l’avessero davvero abbrancata, ne avessero legate le membra e ne avessero sigillate le labbra, quelle tumide sue labbra, così fragranti e belle da parer dipinte su una tavolozza seduta? Insomma, che lei, la mia lei, avesse subito della vile costrizione era ormai tesi cui davo sempre più credito. Perché quindi tanto indugio? Perché non precipitarmi da lei a stringerne le rigide forme?
E’ risaputo: in molti usano l’attesa quale arma d’offesa. Si sente dire: “Mi hai fatto penare per quell’affare, o per un bacio, o per quel favore che peraltro mi dovevi. Ho dovuto mendicare la tua attenzione eppure quanto avevo bisogno che tu stessi ad ascoltare le mie ragioni. Ebbene, ora è il tuo turno di aspettare, e devi farlo a tempo indeterminato, nella speme di un mio riscontro. Attendi e basta, e che il tuo tempo possa cristallizzarsi in un attimo eterno, una stilla di ghiaccio che non si scioglierà fino ad espiazione.”
Ecco, in tanti intendono l’attesa quale punizione, forse la peggiore tra le torture. Ogni buon satrapo mai riceve il povero mortale, mai lo solleva dal suo tormento, mai risolve quello sfiancante silenzio.
Ma perché aspettare, mi dissi. Ne vale davvero la pena? L’attesa divora il tempo e basta. E poi, chi mi dice che lei percepisse davvero tale attesa quale meritoria sanzione?
Quindi mi risolsi, finalmente mi risolsi: dovevo vederla, punto.
Per quanto, all’atto dell’accesso, un postremo e greve dubbio mi colse: come avevano fatto i taluni a trasportarla all’interno della casa, se ad essi è inibito l’ingresso? Un assillo non marginale, come potete intendere. D’altronde, che lei si fosse introdotta in piena autonomia, senza cioè alcun supporto logistico o morale, che lei avesse fatto tutto da sé, in barba ai certuni e alle più elementari regole di cautela, mi pareva ipotesi alquanto peregrina. Vabbè che sto al piano terra, vabbè le facilitazioni architettoniche, vabbè che una quota miserrima del vicinato ha tutto sommato del buon cuore, e quindi avrebbe potuto aiutare lei al transito, vabbè tutto, ma rimaneva qualcosa di poco chiaro.
Dunque, delle due l’una: o le facce di metallo avevano disatteso le prescrizioni movimentando colei verso il soggiorno, oppure, una volta approdata sul pianerottolo, depositata all’uopo dai certuni, lei, come non si sa, sarebbe penetrata in casa mia.
Già, casa mia, che era stata anche sua. Quante chiacchiere sul concetto di possesso: mia, sua, tua… E quindi? A volte non basta un rogito notarile per attribuire un possesso. C’è chi compra casa, c’è chi bonifica, versa, è pure quietanzato, i risparmi di una vita, e poi arriva a casa sua, fa per agire sulla serratura, e che succede, ti trova la casa occupata. C’è una famiglia numerosa, alcuni imberbi, qualche anziano. Ti raccontano che non sanno dove andare, nessuno lavora, quasi tutti stanno male.
Quindi, non sempre quel che è mio è proprio mio. E se un tanto valesse anche per casa mia, almeno da quando lei vi è parcheggiata? Chi mi diceva insomma che lei gradisse la mia venuta? Chi mi diceva che lei non si fosse appropriata di quei metri quadri, che non avesse cambiato – o fatto cambiare – la serratura, che nel mio tenero alloggio non si fosse limitata a collocarsi, bensì a insediarsi e a ramificarsi, pronta ad arroccarsi a qualsivoglia pretesa d’avanzata nemica?
Così avrei potuto quindi esser concepito: quale nemico, anzi il nemico, il satan, l’avversario per eccellenza?
Mi misi a claudicare e così cercavo delle risposte dalle facce di metallo. Erano gli unici che potevano dipanare, diciamola tutta. Sicché mi rivolsi al torchio: avrei voluto spremerli come acini profumati. Provai in effetti non tanto a torturarli, cosa deprecabile almeno secondo me, quanto a intimidirli. Quelli che hanno paura di loro dicono che funzioni.
E invece niente, i taluni non tradirono nulla, né parole né espressioni, e nemmeno un aggrottar di grigie ciglia né un turbinar di viti o bulloni: le facce di metallo rimangono facce di metallo. D’altronde so che i certuni provavano una certuna affezione verso colei. Come dimenticar le loro gite su quattro ruote, i loro volteggi sul pianerottolo, le adunate e le capovolte sulle scale condominiali… In sintesi, stavano bene assieme: i taluni gradivano le sue forme sì dure ma generose e colei ne amava la disciplina e il rigore. Nondimeno, era il loro silenzio di una qualche utilità per colei?
Certo, pensare che mi si serbasse dell’ostilità mi era oltremodo disarmante. Quante volte siamo disarmati dinanzi all’arma, senza tacer del riarmo – ossia l’acquisto di nuove armi, come se non bastassero quelle che giacciono per chilometri quadrati, ma è plausibile vi siano imperiture offerte speciali - e delle bombe che cadono e vulnerano ogni pulviscolo d’umanità, e che continuano a cadere nonostante si sostenga di voler la pace, e che la pace verrà solo finite le bombe: cioè, cosa intendono questi signori, che la pace verrà quando saranno finite tutte le bombe, che si attenda cioè di esaurirne tutte le scorte? E dopo, dopo verrà la pace? E quando sarà questo dopo? Il dopo è sempre dopo, e in genere un dopo che è già troppo tardi: così è.
Quel che sia, colei mi stava ordunque guatando con ferina dedizione?
Poco male, il ginocchio doleva sempre più e proprio per questo non era il caso di indugiare oltre. Entrai, entrai e basta.
Lei era lì al centro, come da pronostici, al centro del soggiorno. Mi dava le spalle, uno dei suoi vezzi prediletti. Quante volte mi aveva ripudiato, voltandomi le sue poderose reni e confinandomi in qualche cantuccio a sospirar per lei? Quanto volte si era negata, scivolando verso androne o lavabo, proprio quando gemevo per il ginocchio e avrei quindi al sommo grado avuto bisogno di lei?
Le facce di metallo osarono sporgere qualche vite asinina oltre l’uscio d’ingresso. Lacrimavano, per la prima volta le vidi lacrimare, e non credo si trattasse di lubrificante. Temo l’emozione fosse troppo forte, persino per loro. Del resto, dopo tanto tempo, era imminente ormai il nostro riabbraccio.
Lei vestiva di blu, come al solito. Quanto le donava il blu, non avrei potuto immaginarla agghindata diversamente. Il blu è il colore del cielo e bene calzava a colei che mai il cielo aveva visto. O chi lo sa, in casa il suo cielo era il nostro soffitto stellato, ma lontano da me? Dov’era stata? Con chi? E perché? Quale altro dabbenuomo aveva adulato da par suo?
Avrei voluto esordire con una parola, anche solo una facezia, di quelle che vellicavano le nostre ore, ma non lo feci. Ruotai lo schienale, un po’ d’autorità lo ammetto, e rividi le sue labbra e i suoi occhi. Aveva un’espressione tenera, forse colpevole. Sembrava abbozzare un sorriso, o forse un pianto. Sta di fatto che non me la sentii di sgridarla o peggio d’inveire.
La accarezzai, anzichenò.
Lo schienale era integro e pulito, il poggiatesta stabile e in asse, la seduta era inzaccherata di polvere ma sarei stato poco a farla risplendere. I braccioli erano all’altezza giusta, e di loro non dubitavo, da sempre sodali e beniamini dei miei gomiti. E come tacer del meccanismo a leva, quasi essenziale al connubio con lei: quante volte sono asceso e poi disceso, a scrutar i miei locali da angolazioni e sentori diversi? In fondo è tutto lì: pene e gioie sono fatte di punti di vista. Dolore e gaudio mai sono inossidabili, scolpiti nella pietra, oggettivi diremmo, ma risentono della prospettiva di chi li sperimenta. Mirare le cose da angolature e affacci diversi è attività che mi è propria, perché mi conduce a nuove valutazioni, che poi approdare a quella più consona è un attimo. Quanto spesso però l’essere umano si crogiola in dogmi e pensieri unidirezionali… Ponderare e riponderare, questa sarebbe l’essenza del vivere. Eppure, in quanti sanno leggere più linee assieme, un po’ come fa il musicista innanzi lo spartito: in quanti sanno coniugare archi e ottoni, voci e percussioni?
E infine la base e le ruote. La base pentagonale prima di tutto. E’ forse la parte che prediligo, così solida, incrollabile: le cinque gambe non temono malefizi o confronti. Sembrano un poderoso insetto su cui si regge il mondo.
Un insetto pentacolare che è simbolo di bellezza e armonia, e purtuttavia tale non sarebbe se non ci fossero le ruote. Già, le ruote danno la perfezione che è gradita al mondo. Le ruote santificano il moto: senza di esse, saremmo tutti condannati ad un cipiglio immobile destinato a dissolversi nelle profondità stellari.
Le ruote sono vestite di un bel nero corvino e lei le ha sempre amate, perché le consentono di visitare le zone più recondite della casa. Cosa saremmo quindi senza mobilità? La nostra società è fatta di viaggi, transfer, movimento perpetuo. Una sedia che non si muovesse sarebbe da rottamare.
Che dire di più, senza apparir stucchevole? Il momento era giunto. La seduta ormai risplendeva, depurata da polvere e altre impurità.
Lei si manteneva silenziosa e aveva un po’ di vergogna, tant’è che reclinò il poggiatesta. Le facce di metallo riaccostarono l’uscio, lasciandoci davvero soli.
Infine mi sedetti: quanto tempo senza di lei.